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14.07.2010 in Attualità - keywords: inchiesta, longevita

Una Svizzera più giovane

Si chiama counter-ageing ed è l’effetto combinato di terapie e stili di vita di successo. Ha spostato la soglia della vecchiaia da 60-65 a 75-77 anni creando generazioni di anziani in condizioni fisiche e intellettuali ottimali. La longevità è forse il risultato più importante ottenuto dalla nostra civiltà. Che continua paradossalmente a vederlo come problema e non come risorsa.

Nel 2030 il 30% della popolazione europea avrà più di sessanta anni. In Svizzera il numero degli ultrasessantacinquenni raddoppierà. 

È un problema?
In parte sì, perché una quota di questi anziani avranno bisogno di cure anche di lungo termine. Si prevede che l’1,5% del Pil svizzero andrà a finanziare l’assistenza di lungo termine, diviso in parti eguali fra spesa privata e pubblica. Ma guardare solo a questo aspetto sarebbe assurdo.

“La longevità è il maggior successo del XX secolo”, scriveva già venti anni fa il professor Orio Giarini, fondatore e presidente della International Association for the Study of Insurance Economics conosciuta come Geneva Association, un istituto di ricerca finanziato dai maggiori gruppi assicurativi europei: Generali (di cui Giarini è stato amministratore delegato), Axa, Allianz, etc. 

 «Ogni tre-quattro anni possiamo dire che la popolazione guadagna in media un anno di vita», sintetizza il professor Tiziano Moccetti, direttore medico del Cardiocentro Ticino e primario di cardiologia: «chi nasce oggi ha un’aspettativa di vita che può arrivare ai 120 anni. Si pensi che all’inizio del ‘900 l’età media della popolazione svizzera arrivava ai 50 anni, mentre attualmente la sopravvivenza media è di 82 anni per gli uomini e di 83-84 anni per le donne». 

Cosa più importante, è cresciuta in misura ancora maggiore l’attesa di vita ‘disability free’, priva di condizioni e malattie in grado di ridurre sensibilmente l’autonomia dell’individuo. Sul vissuto soggettivo hanno avuto un grande impatto soluzioni tecnologiche, pensiamo alla domotica o a internet, così come terapie, pensiamo alla classe di farmaci nota con il nome del suo capostipite, il Viagra, insieme a molti farmaci antidepressivi e perfino nuovi sport come il golf o lo sci nordico, che ben si adattano alle persone anziane. 

Anche analizzando i dati oggettivi oggi l’inizio della vecchiaia, concordano gli esperti, coincide con i 70 anni per i maschi e 76 per le femmine e potrebbe spostarsi a 80 anni nel 2040.

“L’allungamento del ciclo di vita si accompagna, nella grande maggioranza dei casi, con un miglioramento delle condizioni fisiche e mentali: di fatto entriamo in una società in fase di ‘svecchiamento’ (counter-ageing society). Le generazioni in età avanzata sono oggi chiaramente più ‘giovani’ di quanto non lo fossero nel passato”, scrive Geneviève Reday-Mulvey nella rivista dell’istituto di ricerca di Ginevra. Che propone un calcolo: se la vecchiaia si è spostata, la percentuale di vecchi sulla popolazione va a scendere. Detto in altre parole la popolazione europea diventa ... sempre più giovane! 

«Oggi solo ai fini pensionistici si può definire ‘anziano’ una persona di 65 anni», afferma Mauro Tettamanti, responsabile dell’Unità di Epidemiologia Geriatrica dell’ Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. Certo, questa asserzione vale solo per i Paesi avanzati e anche in questi esiste un 10-15% di persone in difficoltà già a questa età. 

Dall’indagine sulla salute in Svizzera svolta dall’Ufficio federale di statistica nel 2002 emerge che soggettivamente l’83% delle persone fra 50 e 59 anni afferma di sentirsi in buona o ottima salute. E questo non sorprende. Ma fra i 60 e i 69 anni la percentuale cambia di poco: scende dall’83 all’81%. Fra i settantenni scende al 73% e al 65% fra gli ottantenni.

Sul fronte delle capacità cognitive «a 65 anni più di nove persone su 10 continuano tranquillamente a svolgere la vita che svolgevano a 55», afferma Tettamanti, e lo stesso vale per i settantenni, «solo a 80 anni vediamo un degrado. Otto persone su dieci mantengono le capacità di base (vestirsi, mangiare, lavarsi), ma 5 su 10 hanno problemi a svolgere attività complesse: maneggiare soldi, orientarsi, usare bene un telefonino». 
 

Anziani che ‘danno’
«A tutti gli effetti la maggioranza degli anziani sono soggetti attivi e non passivi: ‘danno’ alla società molto di più di quanto non ‘prendano’», sottolinea Giovanni Lamura, ricercatore al dipartimento di sociologia medica dell’Università di Amburgo nell’ambito del Working Group of Social Gerontology e prossimo docente all’università di Vienna.

In Italia dall’indagine annuale svolta dal Censis emerge ad esempio che il 40% degli anziani continua a risparmiare, sempre il 40% degli anziani fornisce un aiuto economico alla famiglia dei figli, mentre solo il 25% lo riceve. Questo anche perché in Italia il 78% degli anziani (il 90% nei piccoli centri) è proprietario dell’immobile in cui abita e spesso anche di un altro immobile. È noto ad esempio - venne rilevato anche nella relazione del Governatore della Banca d’Italia - che il boom immobiliare del 2004-2007 è stato finanziato in misura consistente da trasferimenti di denaro fra le generazioni. Insomma l’anziano - favorito anche da una fase di continuo accrescimento nel valore dei suoi asset - è più spesso il pilastro economico della famiglia. A questo si aggiunge il ruolo degli anziani nella gestione della famiglia dei figli. «Oggi le aziende, soprattutto nel terziario avanzato, assumono tardi e mandano in pensione presto», ricorda Andrea Principi, economista presso l’Istituto Nazionale per la Longevità Attiva e la Non Autosufficienza dell’Inrcca di Ancona, «in compenso nella fascia di età centrale l’utilizzo della forza lavoro è massimo. Ma in quella fascia di età, diciamo fra i 30 e i 50 anni, oggi ci si sposa e si fanno figli, e in un contesto quasi privo di supporti l’anziano diventa la condizione necessaria per una coppia che vuole avere figli».

Il dato è rispecchiato anche nella realtà svizzera. «In una società in cui spesso entrambi i genitori lavorano per necessità o per realizzarsi, il ruolo dei nonni che si occupano dei nipoti diventa sempre più importante: qualcuno ha anche provato a quantificarlo, stimando un apporto all’economia del paese di circa 3 miliardi di franchi all’anno», rileva Pietro Martinelli, presidente dell’Associazione ticinese terza età (Atte) «e a questo spesso si aggiunge, fra i pensionati più giovani, anche l’assistenza ai genitori». 

In Svizzera questa forma di ‘volontariato informale’, che consiste appunto nella cura di nipoti, parenti o conoscenti, è praticato dal 32% delle donne fra i 55 e i 64 anni e dal 37% delle donne fra i 65 e i 74 anni (per i maschi le percentuali sono di circa 15 punti più basse), e anche tra gli ultrasettantacinquenni le percentuali sono ancora significative (17,3% tra le donne, 11,9% tra gli uomini). Dopo gli 80 anni la percentuale di chi si occupa dei nipoti scende al 3%, ma soprattutto perché non ci sono più nipoti piccoli in famiglia (oggi però i figli si fanno sempre più tardi: è quindi possibile che questa percentuale sia destinata ad aumentare). 



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