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24.06.2009
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Arte&Storia - keywords: arte, pozzi, avogadro, valsolda, tradate
I Pozzi di Valsolda e gli Avogadro di Tradate
Una collaborazione tra Ticino e Lombardia (con una prima catalogazione delle opere)
di Andrea Spiriti* e Giorgio Mollisi**
*professore di storia dell’arte moderna, Università degli Studi dell’Insubria
**storico dell’arte e direttore di Arte&Storia
La vasta consorteria dei Pozzi di Valsolda conobbe nel basso Medioevo la consueta suddivisione in rami molto articolati, fitti di eponimi; ne sono conseguite numerose difficoltà di ricostruzione di un cammino artistico che conobbe punte di notevole livello nel secondo Cinquecento e per tutto il Seicento, fino a condurre al più grande esponente della casata: quell’Andrea Pozzo (1642-1709) la cui fama europea verrà celebrata il prossimo settembre dal convegno internazionale a Valsolda. Nel secondo Cinquecento due rami “Bellé” della stirpe si distinguono per ampiezza d’interventi: Domenico e i suoi figli Antonio (n. 1561), Francesco (n. 1566 – 1614/1615), Marco Antonio (1570 – 1614/1615) e Giovan Pietro (m. 1615/1616); Gerolamo e i suoi figli Giovanni Antonio (n. 1557), Giovanni Battista (1558 – 1591) e Giovanni Domenico (n. 1559).
La storiografia dell’ultimo decennio (di cui si dà ragguaglio completo) ha permesso di ricostruire alcuni dati fondamentali: la nodalità per tutta la stirpe di Giovanni Battista Pozzi, il protagonista della Roma sistina; l’organizzazione imprenditoriale, secondo il modello consueto degli artisti dei laghi; la joint venture, di durata più che trentennale, con gli Avogadro di Tradate.
È anche evidente il rapporto con gli artisti che dettarono modelli figurativi e soluzioni decorative, e che probabilmente entrarono in una simbiosi operativa: in una prima fase Aurelio Luini sulla piazza milanese e i consorti del Tibaldi – in particolare Andrea e suo figlio Domenico – su quella lacuale; in una seconda fase con Camillo Procaccini (il cui rapporto proseguirà fecondo con Salvatore Pozzi, un esponente del ramo dei “Gallera”), e in misura minore con Bartolomeo Roverio il Genovesino e con Giovanni Mauro della Rovere il Fiammenghino.
Ad altro livello si pongono i possibili rapporti romani di Giovanni Battista Pozzi col Morazzone, e i pressoché certi legami lombardi di Daniele Crespi con la ditta dei figli di Domenico associata agli Avogadro.
L’area territoriale è imponente, spaziando dall’alto Canton Ticino a Pavia; e altrettanto vasta è la gamma di riferimenti culturali, pronta a far proprie le istanze del manierismo internazionale coagulato nella Roma papale, arricchite da citazioni rinascimentali e da attenzioni scientifiche, con una precoce apertura al classicismo di primo Seicento.
La fine della seconda generazione, estinta entro il 1615 (o poco oltre), non deve far dimenticare la prosecuzione, grazie soprattutto a Carlo di Marco Antonio e al congiunto Salvatore; per questo si sono considerate le opere entro il secondo decennio del Seicento, spesso eseguite su modelli e cartoni precedenti.
L’operazione di servizio di questa scheda, in attesa della monografia in preparazione, è circoscritta a pochi punti-chiave: fornire un abbozzo di cronologia che tenga conto dei più di cinquanta cicli sinora identificati lungo lo schermo cronologico 1550-1620; rendere conto di attribuzioni ai singoli esponenti o alla ditta o alla joint-venture, sgombrando il campo da equivoci, far percepire la capillarità di interventi spesso coevi, con implicita organizzazione serrata del lavoro in squadre semi-autonome. Per comodità di lettura: l’edificio è indicato in modo generico quando gli affreschi interessano l’insieme o comunque più ambienti; l’indicazione generica “Pozzi” fa riferimento alla ditta dei figli di Domenico; l’indicazione generica “Avogadro” si riferisce alla ditta di Giovanni Battista Avogadro e figli; le date sono quelle che compaiono sui dipinti (in massima parte affreschi, salvo indicazione diversa), che ovviamente possono lasciar intuire la fine di lavori talvolta pluriennali.
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