25.11.2011
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Arte&Storia - keywords: editoriali
Una storia che ci accomuna
È forse il palazzo più rappresentativo della città di Torino, posto nella centralissima piazza Castello. Simbolo della capitale sabauda, Palazzo Reale è stato il testimone di una dinastia di duchi e re che hanno segnato il corso della storia d’Italia e non solo.
Un luogo di storia e di arte che mostra la sua magnificenza già all’entrata con il primo ambiente detto “Salone degli Svizzeri”. Era qui che la Guardia del duca, i famosi Cent Suisses de la Garde, proteggeva già nel 1597 Carlo Emanuele I, undicesimo duca di Savoia. Non è però da questa data che i rapporti fra Torino e la Svizzera hanno origine, perché già nel Duecento una parte di quella che sarà la futura Svizzera, oggi Svizzera Romanda, apparteneva alla Savoia. Parte allora da qui il rapporto fra i nostri due Paesi, che si è intersecato di continuo nel corso dei secoli.
Questa, però, è solo una delle mille ragioni che hanno spinto Arte & Storia a parlare degli Svizzeri a Torino dal Quattrocento ad oggi. Chi, ad esempio, conosce bene Palazzo Reale, Palazzo Madama e Palazzo Carignano, per citare solo alcuni edifici importanti nella zona centrale della città, sa che tutti questi monumenti hanno visto la presenza, nel corso della storia, soprattutto fra Seicento e Settecento, di molti artisti svizzeri, in particolare del Canton Ticino, e che il primo progetto della Cappella della Sindone, continuato poi dal grande Guarini, fu eseguito dall’architetto ticinese Bernardino Quadri che, con una nutrita schiera di marmorai e scultori provenienti dal Ticino, portò a compimento uno dei luoghi simbolo della religiosità torinese. Lo stesso per i castelli del Valentino, Rivoli, Moncalieri, Aglié, della residenza di caccia Stupinigi, di Villa della Regina, della Reggia di Venaria Reale, della residenza di Racconigi, per citare i maggiori, dove capimastri, scultori, stuccatori e pittori ticinesi hanno costruito, abbellito e decorato le innumerevoli sale di questi straordinari palazzi della nobiltà sabauda.
Lo stesso discorso vale per le maggiori chiese di Torino, dal duomo alla Consolata, da San Carlo alla basilica di Superga: non c’è edificio religioso in città che non abbia un altare, una statua o una decorazione a stucco che non sia di stampo ticinese. Intere generazioni di scultori come i Casella, i Carlone, gli Aprile, gli Scala, i Corbellino, i Vanelli, per citarne solo alcuni delle centinaia di artisti documentati sui registri di quello che sarà il sodalizio che unirà tutti i nostri artisti e le nostre maestranze in Torino: la Compagnia di Sant’Anna dei Luganesi, con sede dapprima nella chiesa di San Francesco. Persino il progetto di sistemazione urbanistica di una delle piazze più famose di Torino, la piazza Vittorio, porta la firma di un architetto svizzero: Giuseppe Frizzi di Minusio. Vi è però un artista ticinese che è un po’ l’emblema dell’amicizia fra la città di Torino e il Ticino, il maestro Vincenzo Vela, considerato lo scultore ufficiale di Casa Savoia. Suo è il principale monumento al centro di Piazza Castello rappresentante l’Alfiere dell’Esercito sardo (1856-59), donato dalla città di Milano a Torino per ricordare le giornate del 1848 in cui Piemontesi e Lombardi avevano combattuto fianco a fianco. E suo è il monumento a Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia sotto il portico del Palazzo di Città. Vincenzo Vela, detto “il Fidia di Ligornetto” rappresenta più di ogni altro il legame storico-politico e artistico fra Torino (l’Italia intera potremmo dire) e il Ticino.
Lui, combattente nelle guerre risorgimentali al fianco dei patrioti italiani, professore dell’Accademia Albertina per molti anni e maestro di numerosi architetti torinesi e ticinesi nella capitale sabauda, è il simbolo di quell’amore del popolo svizzero verso l’anelito di libertà così profondamente sentito dai Torinesi e dagli Italiani nel periodo risorgimentale. Con lui centinaia di Ticinesi varcheranno il confine per correre in aiuto dei patrioti italiani e, spesso, immolarsi per la loro causa, che diventa causa comune in nome di un valore universale come la libertà. Nomi come i ticinesi Emilio Morosini o il generale Antonio Arcioni, Natale Vicari, i fratelli Ciani o il turgoviese Johannes Debrunner, sono stati trascinatori di quella nutrita schiera di volontari svizzeri che hanno contribuito, a volte con il loro sangue, a costruire quell’Unità d’Italia tanto sofferta. Lo sapeva bene Camillo Benso, conte di Cavour, figlio della ginevrina Adele de Sellon d’Allaman, amico ed estimatore della Svizzera, lui che aveva stretto amicizia con i banchieri d’oltralpe come i Mestrezat, i Long de la Rüe, i de Fernex e i Geisser per finanziare i suoi progetti in Piemonte. Nomi che ancor oggi si trovano in Torino, come quelli legati agli industriali svizzeri della birra, del cotone come i Büchi, ad esempio, ma anche i discendenti dei Leumann, dei Bosio, degli Abegg… e tanti altri che hanno contribuito a fare della Torino postrisorgimentale una città economicamente avanzata. Svizzeri che si sono così ben integrati, tanto da essere protagonisti nel mondo della cultura come i Boringhieri, nel collezionismo come gli Abegg, nello sport come, per esempio Adolfo Kind, fondatore e primo presidente dello Sci Club Torino o come Edoardo Bosio che con l’inglese Herbert Kiplin fonda lo Sport Club Juventus per iniziativa di un gruppo di studenti e con la partecipazione di Alfred Dick; da notare che quest’ultimo, insieme ad altri dissidenti fuorusciti dalla Juventus, fonderà nel 1906 il Torino che elesse come presidente un altro svizzero, Hans Schoenbrod.
Gli Svizzeri a Torino alla fine dell’Ottocento sono una colonia veramente numerosa, con un proprio Circolo che funziona ancor oggi (festeggia ormai quasi 130 anni di esistenza), e fanno parte delle principali istituzioni politico economiche della città. I rapporti fra Torino e la Svizzera non si fermano, però, alla fine dell’Ottocento, ma continuano anche nel Novecento e persino ai giorni nostri. Basti dire che l’intervento dell’architetto ticinese Mario Botta per la costruzione della chiesa e del centro pastorale del Santo Volto a Torino data al 2006, mentre è risaputo che nel periodo bellico tra il 1943 e il 1945 la Svizzera ha dato rifugio a numerose personalità torinesi fra cui Luigi Einaudi, Franco Montalcini, la famiglia Agnelli e De Benedetti, per citare solo i più famosi, oltre che alla famiglia reale, nelle persone di Maria José e dei suoi figli.
Come si vede, sono numerosi i motivi che hanno spinto Arte&Storia a dedicare un volume a Torino, presentando una panoramica della storia politica, economica, culturale e la storia dell’arte in cui sono stati protagonisti gli Svizzeri nella capitale piemontese. Un racconto cronologico con i vari argomenti che si intersecano (prima la storia, poi l’economia, poi la storia dell’arte e, dentro questa sezione, prima l’architettura, poi la scultura, poi la pittura) che numerosi specialisti (oltre 50) sia svizzeri sia italiani, a cui va il mio ringraziamento, hanno trattato con professionalità e passione, apportando un valido contributo alla ricerca. Per la prima volta, peraltro, si cerca qui di scrivere un repertorio degli artisti ticinesi dal Seicento all’Ottocento. Avrei molte persone a cui far giungere il mio grazie, dalle istituzioni torinesi a quelle svizzere e agli sponsor, tanto preziosi per quest’opera immane, ma l’elenco sarebbe troppo lungo e rimando, quindi, ai ringraziamenti a pag. 720 del libro. So per certo che, senza di loro, non avremmo mai potuto pubblicare questo importante volume che fa onore a Torino e alla Svizzera e dimostra, ancora una volta, quanto vicini siano stati nel corso della storia i nostri due Paesi.
Giorgio Mollisi Direttore Arte&Storia