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Orchestra da Camera "Arrigo Galassi"
 
22.07.2011 in Arte&Storia - keywords: arte, svizzera, religione

Gli ordini religiosi nella Svizzera medievale

Il desiderio di avvicinare la perfezione dell’esempio del redentore attraverso una vita dedicata agli ideali ascetici trova la sua espressione già nei primi secoli del Cristianesimo, per il quale tale scelta è incarnata e santificata nella figura evangelica di San Giovanni Battista, che rinuncia a qualsiasi proprietà personale e a una residenza stabile.

Il desiderio di avvicinare la perfezione dell’esempio del redentore attraverso una vita dedicata agli ideali ascetici trova la sua espressione già nei primi secoli del Cristianesimo, per il quale tale scelta è incarnata e santificata nella figura evangelica di San Giovanni Battista, che rinuncia a qualsiasi proprietà personale e a una residenza stabile. Non pochi tra i primi fedeli praticano un’esistenza eremitica, ritirandosi dal mondo in solitudine per dedicarsi completamente alla preghiera e alla penitenza, sia in prossimità di villaggi e città, sia in luoghi del tutto disabitati, nei quali si riconosce la sede di demoni e forze maligne. Fra i padri del deserto di Palestina, Siria ed Egitto spicca in particolare la figura di Sant’Antonio il Grande (ca. 250-356), che sin da giovane trascorre la sua esistenza nel deserto egiziano; grazie al racconto della sua vita scritto da Atanasio, vescovo di Alessandria nel IV secolo, viene riconosciuto come il primo monaco cristiano (il termine, di etimologia greca, indica in origine la “persona solitaria”) e assurge a modello per i successori. La scelta personale di voltare le spalle al mondo terreno può però essere condivisa tra più individui, che si riuniscono per creare gruppi e comunità monastiche: le prime testimonianze in questo senso, riferite a seguaci dello stesso Antonio, risalgono agli anni intorno al 305. Poco più tardi, sempre in Egitto, sorgono quindi i primi monasteri (o cenobi), edifici o complessi di costruzioni nei quali i monaci vivono in clausura sotto la guida di un abate, impegnandosi a rispettare una serie di norme valide per l’intera comunità. Per tradizione, la prima regola monastica è fatta risalire a San Pacomio abate, che fra il 320 e il 325 si pone a capo di un monastero presso Tebenissi. Accanto alle comunità maschili, si sviluppano ben presto anche quelle femminili, a loro volta sottoposte all’autorità delle badesse.

Entrambe le concezioni del monachesimo – quella anacoretica e quella cenobitica – si diffondono in breve tempo dall’Oriente cristiano al mondo mediterraneo. La pratica della vita comune è imposta nel IV secolo al clero da vescovi influenti quali Sant’Ambrogio di Milano o Sant’Eusebio di Vercelli, mentre nel secolo successivo si organizzano i primi gruppi di monaci nella Gallia e, per il V secolo, si hanno notizie della presenza di monaci fin nelle isole britanniche. Non pochi sono ad esempio i devoti irlandesi che si trasferiscono su isolette impervie o che si abbandonano ai pericoli del mare su piccole imbarcazioni, spingendo così fino alle conseguenze estreme la rinuncia alle cose terrene.

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Per la regione svizzera, è destinato a rivestire una notevole importanza il monastero di Condat, nel Giura francese. Sviluppandosi da un eremo stabilito agli albori del V secolo dai fratelli Romano e Lupicino, provenienti dal sud della Francia, questo centro religioso richiama in pochi anni un numero elevato di discepoli. La fiorente comunità riceve una regola propria all’inizio del VI secolo dal quarto abate, Sant’Eugendo, che dà anche il proprio nome all’abbazia (Saint-Oyand-de-Joux), ed estende il suo influsso su un’ampia regione a cavallo dell’arco giurassiano. Per iniziativa di Condat, verso la metà del V secolo sorge il monastero di Romainmôtier nel Canton Vaud, fatto risalire dalla tradizione all’opera dello stesso Romano; nel 515 anche la comunità di confratelli già attiva a Saint-Maurice, nel luogo dove si conservano le reliquie della Legione tebea, adotta la regola dell’abbazia giurassiana. Queste filiazioni creano legami stretti tra le diverse sedi; ognuna di esse mantiene comunque un sostanzioso margine di autonomia e sviluppa caratteristiche proprie anche nell’ambito più propriamente liturgico: così Saint-Maurice è la prima località in Occidente a introdurre la pratica del canto della laus perennis, che gode da tempo di grande favore in Oriente. 

La regola più diffusa nell’Europa altomedievale è quella di San Benedetto da Norcia, composta verso il 540 a Montecassino, appoggiandosi a precedenti testi tramandati dai padri del deserto e dai maestri della Chiesa d’Occidente e inserendo i singoli precetti in un complesso organico. Essa definisce la realizzazione dell’ideale evangelico come l’adeguamento ad una precisa disciplina da parte di ogni monaco, ma d’altro canto presuppone il rispetto della personalità individuale e la valorizzazione delle capacità del singolo. La vita comunitaria poggia sull’obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso luogo, sulla buona condotta, sulla rettitudine morale e sull’obbedienza all’abate, considerato come un “buon padre” più che come un superiore gerarchico. Nel quotidiano, l’esistenza dei monaci è organizzata fin nei minimi particolari ed è incorniciata dalla celebrazione comune degli uffici divini; ogni giornata è scandita dall’alternarsi della preghiera e del lavoro, da cui il motto universalmene conosciuto ora et labora. 

Grazie ai contatti personali, ma anche al sostegno del pontefice Gregorio Magno, la regola di San Benedetto viene adottata da numerose comunità, nelle quali spesso si mescola con altre, di modo che l’apparentamento delle consuetudini richiede un periodo abbastanza prolungato. Il concetto di ordine, applicato al monachesimo benedettino, non implica peraltro una centralizzazione in senso moderno, ma dapprima designa esclusivamente l’insieme di tutti i monaci (ordo monachorum, più tardi ordo Sancti Benedicti), per poi indicare i singoli gruppi di monasteri che decidono di adottare la medesima regola (come i cluniacensi dal X o i cistercensi dal XII secolo). Nel contesto della grande “famiglia” benedettina, le relazioni tra le singole fondazioni o tra i gruppi collegati in senso istituzionale rimangono dunque di natura diversa e mutevole nel corso del tempo, e solo nel 1893 l’ordine sarà strutturato come una confederazione retta da un’unica persona.

Decisivo per la diffusione della regola benedettina è l’appoggio della nobiltà, che comporta un solido ancoraggio delle comunità monastiche nelle realtà politiche, sociali ed economiche in cui sono calate. La dinastia regia merovingia e il suo entourage di nobili sostengono attivamente l’insediamento di monaci, favorendo in particolare l’irlandese San Colombano e i suoi seguaci, che al loro arrivo nella regione della Borgogna possono così fondare i monasteri di Annegray, Luxeuil e Fontaines. Durante la sua residenza a Luxeuil, San Colombano (543 circa-615) scrive due nuove regole, ammorbidendo la severa disciplina ascetica e penitenziale dei movimenti insulari e adottando gran parte delle norme codificate da San Benedetto, meno rigide e più consone alle aspettative dei nobili locali intenzionati ad abbracciare la vita monacale. Le numerose filiazioni promosse dalle prime tre sedi godono di notevoli privilegi e accumulano patrimoni di grande entità, a volte ripartiti su estensioni geografiche molto ampie: fra di esse figura anche quella di Moutier-Grandval, nata intorno al 640 nel Giura bernese sulla scorta della donazione dei beni appartenuti nella zona al duca d’Alsazia Gondoino. Con l’espansione della potenza franca nell’area germanica, lo stretto legame con la monarchia fa sì che il monachesimo franco-irlandese svolga un ruolo decisivo nella cristianizzazione degli Alamanni e nel rinnovamento delle pratiche religiose nella Rezia, dove si assiste a una vera e propria fioritura di fondazioni. Sull’isola di Reichenau sorge un’abbazia destinata a svolgere un ruolo di primo piano nell’intera regione, mentre a San Gallo, sul luogo dell’eremo in cui nel 612 si era stabilito uno dei dodici compagni di viaggio di San Colombano, nel 713 si costituisce un monastero riccamente dotato, che fa propria la regola benedettina; privilegiato dalla dipendenza diretta dal re, nel corso di alcuni secoli esso potrà vantare fra i suoi monaci diverse personalità di spicco della politica europea. Il prestigio di San Gallo cresce costantemente e nei primi decenni del IX secolo, sotto l’abate Gozbert, la creazione di uno scriptorium rende esplicito anche il ruolo del monachesimo nella sfera culturale del pieno medioevo: nella ricchissima biblioteca si tramandano testi biblici, codici liturgici, opere dell’antichità classica e scritti dei primi secoli cristiani, che affiancano la produzione degli autori locali e quella degli altri monasteri collegati; contemporaneamente nell’archivio si iniziano a raccogliere e a ordinare i primi documenti scritti a testimonianza della ricchezza materiale e della sua gestione.

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Anche i monasteri femminili sono integrati in questo fitto intreccio di legami, influenze e poteri. La più antica comunità conosciuta nella regione alamanno-retica è quella di Cazis, risalente agli anni intorno al 700. Fra le più durature e influenti vi è poi quella del Fraumünster di Zurigo, fondata per iniziativa dell’imperatore Ludovico il Germanico, dove trascorrono la loro esistenza le discendenti delle famiglie più influenti della regione, chiamate a gestire, tra l’altro, anche un patrimonio fondiario esteso fin nella valle di Uri.

Il significato dei monasteri in ambito politico si manifesta anche nell’ubicazione di alcuni di essi lungo i principali assi di transito dell’arco alpino, dove fungono da punto di appoggio per il controllo del territorio. Sembra che lo stesso Carlomagno abbia partecipato alla costituzione di quello di Müstair, lungo l’asse che collega Coira e la valle dell’Adige, mentre l’aristocrazia retica sostiene fortemente quello di Disentis, lungo l’antica strada del Lucomagno. In luoghi del genere assume particolare rilievo il precetto dell’ospitalità, che prende forma nell’assistenza offerta a chi valica i passi per recarsi in pellegrinaggio a Roma o in Terrasanta, ma anche per motivi legati alla fioritura delle relazioni commerciali su larga scala, allora in forte espansione. Ovviamente, anche i chierici residenti in simili zone impervie sono parte delle confraternite di preghiera ramificate in tutta Europa, nelle quali i religiosi delle diverse località collegate si impegnano reciprocamente a ricordare i nomi di tutti gli altri: così nell’810 più di novanta confratelli residenti a Disentis e una settantina di monaci già defunti vengono riportati nell’elenco compilato a Reichenau, il cui raggio d’influenza raggiunge anche il sud delle Alpi.  

Il culmine della potenza derivante dalla vicinanza all’aristocrazia coincide con la concessione dello status di abbazia regia o imperiale, come succede ad esempio per Einsiedeln nel 943, e con il riconoscimento di un rango aristocratico all’abate. È quanto avviene nei secoli successivi a San Gallo, dove il convento forma una signoria fondiaria con più di 4000 località tributarie e dove l’abate diviene un principe dell’Impero, in grado di esercitare un’ampia giurisdizione sui suoi sudditi. L’inserimento dei grandi monasteri nelle strutture signorili dell’epoca è il segno più evidente della loro posizione preminente nella società medievale e della loro capacità di determinare le condizioni di vita di un gran numero di individui. 

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Proprio in quanto elemento essenziale dell’intera società, il monachesimo benedettino dell’epoca non è esente da critiche. Le aspirazioni al cambiamento sfociano in tentativi di correzione su larga scala (influenti per la Svizzera quelli promossi dai monasteri tedeschi di Hirsau e Sankt Blasien) e in adattamenti interni alle singole località, ma soprattutto nella nascita di movimenti di riforma, motivati di volta in volta da considerazioni di natura  religiosa e politica. Il primo a manifestarsi, quello cluniacense, porta alla strutturazione di un nuovo ordine gravitante intorno all’abbazia di Cluny (fondata nel 910), che è caratterizzato da un maggior peso specifico dato alla liturgia a scapito del lavoro manuale e dello studio, come pure dalla creazione di un sistema di dipendenze gerarchiche delle singole case dall’abbazia-madre e dalla sottomissione diretta di quest’ultima alla sede pontificia. Non viene meno, comunque, il legame con la nobiltà, favorito soprattutto dal forte accento posto sulla preghiera in suffragio dei defunti, che attira molte donazioni e contribuisce alla formazione di solidi patrimoni. Nella Svizzera romanda, già nel X secolo passano alle dipendenze di Cluny per decisione delle maggiori famiglie magnatizie i monasteri di Romainmôtier, di Payerne e di San Vittore a Ginevra. Insieme agli altri sei priorati sorti nel medesimo periodo, essi formano il nucleo di una rete di conventi (completata da almeno 25 sottopriorati), che non comprende tuttavia alcuna comunità femminile.

Influsso politico e ricchezza, i risultati più appariscenti del successo di Cluny, sono nel contempo quelli che attirano maggiormente le rimostranze di una parte del movimento stesso. In aperto contrasto con i cluniacensi, dall’abbazia borgognona di Cîteaux si irradia il nuovo ordine cistercense, basato su una riscrittura della regola benedettina, la charta caritatis, che pone al centro la vita in povertà, basata esclusivamente sul lavoro manuale. Sul piano organizzativo, la contrapposizione al modello tradizionale e a quello rigidamente centralizzato di Cluny si rispecchia in un sistema di abbazie autonome, legate tra loro da vincoli di fratellanza e poste sotto il controllo del capitolo generale al quale partecipano tutti gli abati. L’impulso maggiore alla diffusione dell’ordine al di fuori della regione in cui nasce proviene dall’opera di San Bernardo da Chiaravalle, che direttamente o indirettamente convince prelati o possidenti a dar vita a nuove comunità. Nella prima metà del XII secolo sorgono diverse abbazie nella Svizzera occidentale, la più conosciuta fra le quali è probabilmente Hauterive presso Friburgo, e già prima del 1200 anche la regione alamanna vede le prime fondazioni. Nel 1234/35 a Olsberg si organizza anche la prima abbazia femminile, dopo che l’ordine ha riconosciuto la possibilità di una piena appartenenza delle donne, superando così la diffidenza iniziale; la pratica ascetica in regime di stretta clausura corrisponde con ogni evidenza a una diffusa esigenza nel mondo femminile, cosicché le fondazioni si moltiplicano, pur rimanendo sempre controllate e dipendenti da abbazie maschili. Accanto a una rinnovata pratica religiosa, l’avvento dei cistercensi porta con sé anche in Svizzera una nuova forma di gestione materiale, basata sull’assegnazione a ciascuna abbazia di alcune aziende agricole; esse sono gestite da confratelli laici secondo criteri innovativi per l’epoca, e la produzione eccedente rispetto all’autoconsumo viene immessa sui mercati locali. In questo modo l’ordine assurge al ruolo di fattore economico determinante nella vita economica regionale, almeno fino alla fine del XIII secolo, quando nuove trasformazioni nelle tecniche agricole e nelle reti commerciali ne sminuiranno l’importanza.

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Il terzo movimento che rende esplicito il rinnovamento religioso del X/XI secolo, anche nella regione svizzera, è quello che porta alla creazione dell’ordine premonstratense, fondato secondo la tradizione da Norberto di Xanten a Prémontré nel 1121. I suoi membri, che secondo la suddivisione in vigore dal IX secolo si definiscono canonici regolari, anziché monaci, si ispirano alla regola attribuita a Sant’Agostino e nelle intenzioni del fondatore dovrebbero tendere ad un modello di vita itinerante, praticando attivamente anche la cura d’anime in favore della popolazione circostante. Solo in un secondo tempo l’ordine viene istituzionalizzato con la costituzione di abbazie, nelle quali possono trovare spazio - separate sotto lo stesso tetto - comunità maschili e femminili. 

Infine, un segno tangibile al rinnovamento del monachesimo è impresso anche dal rilancio della concezione di vita eremitica, che pare essersi diffusa in quello stesso periodo a partire dall’Italia, e che dà origine al tentativo di conciliare l’ideale cenobitico con quello anacoretico nella Grande Chartreuse presso Grenoble (1084). Da qui si irradia, toccando in modo particolare la Svizzera occidentale, l’ordine certosino, i cui monaci vivono in piccole casette individuali, rispettando l’obbligo del silenzio e dedicandosi alla preghiera, allo studio e alle attività manuali.

Il dinamismo e la capacità innovativa dei movimenti di riforma del monachesimo (ai quali si aggiungono, al di fuori della costellazione regolare benedettina, gli ordini cavallereschi) si manifestano sul territorio anche con la presenza di un buon numero di piccole comunità, a volte poco conosciute e spesso con una vita piuttosto breve. A sud delle Alpi, ad esempio, risalgono probabilmente all’XI e al XII secolo i monasteri di Giornico, Quartino e Dino, ma le scarse tracce documentarie non permettono di ricostruirne con precisione le vicende e l’attività.

La movimentata stagione delle grandi riforme rappresenta l’apice della parabola di espansione del monachesimo, che nel XIII secolo esaurisce però il suo vigore propulsivo di fronte ai mutamenti delle esigenze religiose e spirituali della società europea. Nelle cerchie ecclesiastiche e anche fra i laici si diffondono le aspirazioni ad una diversa via per mettere in pratica il messaggio evangelico, e la Chiesa si trova di fronte ad una proliferazione di esperienze religiose, spesso ispirate da ideali di ritorno alla povertà e non di rado apertamente polemiche contro lo stile di vita e l’azione del clero, di modo che risulta difficoltoso imporre la distinzione tra ortodossia, eterodossia ed eresia. In Lombardia l’ostilità del basso clero contro le gerarchie dà origine all’articolato movimento della Pataria, mentre dal sud della Francia si propagano le idee dei Catari, in parte simili a quelle dei primi, che basandosi sulla convinzione che tutto il mondo materiale (opposto a quello dello spirito) sia opera del male, caldeggiano il rifiuto delle istituzioni della Chiesa, della sua dottrina e dei principali sacramenti. L’intera Europa è percorsa da predicatori che si scagliano contro gli ecclesiastici (e anche contro i monaci) simoniaci e interessati alle ricchezze, chiedendo il ritorno alla povertà evangelica e la rinuncia al potere temporale. La reazione si scatena in persecuzioni sanguinose, ma ci sono anche personaggi influenti che propongono di indebolire l’eterodossia attraverso un confronto sul suo stesso terreno. Un momento particolarmente importante è rappresentato dal IV concilio lateranense, radunato nel 1215 da Innocenzo III per rafforzare il primato papale; oltre alle norme procedurali contro gli eretici, i padri conciliari stabiliscono il divieto di creare nuove regole e ordini religiosi senza l’approvazione pontificia, e indicano come modello organizzativo quello cistercense. Ogni nuovo movimento, da quei frangenti in poi, deve perciò avere caratteristiche adeguate ai tempi mutati. Appena un anno più tardi il nuovo papa Onorio III approva l’istituzione dell’ordine domenicano, sorto nella Francia meridionale per impulso di San Domenico di Guzmán. La via scelta dal fondatore e dai suoi discepoli per contrastare il catarismo consiste nell’applicare un metodo missionario basato sulla predicazione, resa possibile da una solida preparazione dottrinale, affiancando ad essa l’esempio di una vita condotta in povertà e mendicità. All’ordine, che può dirsi pienamente tale poiché strutturato secondo una gerarchia piramidale, con un maestro generale e un capitolo generale al vertice, viene affidata dal pontefice l’inquisizione. 

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Contrariamente alle tradizionali comunità monastiche, l’ambiente naturale per la presenza domenicana è la città, sia perché lì si concentra il pubblico a cui è destinata la predicazione, sia perché in essa è più agevole la raccolta delle elemosine. Poiché l’esercizio delle loro attività comprende anche l’amministrazione dei sacramenti, i frati si cimentano sullo stesso terreno del clero parrocchiale, con il quale si sviluppa una concorrenza destinata a prolungarsi per secoli. Questi tratti accomunano i domenicani agli altri ordini mendicanti, primo fra tutti quello fondato da San Francesco, anch’esso riconosciuto dalla sede pontificia agli inizi del Duecento, poi in breve tempo articolatosi in diverse correnti, sdoppiatosi con la nascita di un ordine femminile (le clarisse) e aperto anche alla partecipazione di laici e laiche nel cosiddetto terzo ordine. Il favore riscosso dalla predicazione e dalla cura delle anime, così come la profonda ricezione degli aspetti penitenziali e l’apprezzamento per la possibilità di vivere la vocazione nel mondo, portano ad una rapidissima espansione in tutta Europa. In Svizzera, il movimento francescano giunge da sud: intorno al 1230 sorgono i primi conventi a Lugano e a Locarno, e poco dopo la metà del secolo se ne trova uno in ognuna delle città più popolose anche al nord delle Alpi; a partire da quegli stessi anni, sono documentate anche le prime comunità di clarisse. Dal canto loro, i frati domenicani si insediano nel 1230 a Zurigo, e già nel 1245 questo ordine incorpora i primi conventi femminili.

I secoli conclusivi del Medioevo sono contraddistinti dal successo crescente di queste nuove esperienze religiose, in parte opposte a quelle incarnate dal monachesimo. Lo spazio concesso ai laici e alle laiche che intendono dedicare la loro vita agli ideali religiosi pur senza prendere i voti, dà luogo ad una proliferazione di movimenti, come i beghini e le begarde a nord delle Alpi, oppure gli umiliati e le umiliate nella regione ticinese. Si diversifica il modo di esprimere la spiritualità e convivono differenti modi di organizzare la vita regolare, che a loro volta si manifestano nella capillare presenza sul territorio di una miriade di piccole case, il cui aspetto modesto contrasta profondamente con l’imponenza delle maggiori chiese e dei grandi complessi monastici romanici e gotici. La lunga tradizione delle regole benedettine e agostiniane non si esaurisce però con le innovazioni duecentesche, e il ruolo di abbazie e monasteri nella Chiesa e nella società locale è solo in parte ridimensionato. Nelle grandi comunità continuano a vivere decine, a volte centinaia di monaci votati alla clausura, alla preghiera, allo studio e al lavoro manuale, e l’ideale monastico altomedievale continua ad attrarre nobili e popolani. L’irradiazione dei monasteri in ambito religioso si arricchisce di nuove dimensioni dove, come ad Einsiedeln, essi attraggono pellegrini anche da paesi lontani. Accanto a evidenti processi di decadenza della regola e dei costumi, come ad esempio l’ammissione della proprietà privata dei monaci e della sua trasmissibilità ereditaria, che portano alla soppressione o alla trasformazione in commenda di molte località, vi sono casi di nuove fondazioni che seguono la regola benedettina. Le sorti della grande politica non dipendono più dall’influenza degli abati, ma in diverse regioni buona parte della popolazione appartiene ancora per secoli a signorie abbaziali, come a San Gallo o a Engelberg, mentre alcune cittadine fondano la loro stessa esistenza sulla presenza di un monastero, come a Payerne. I problemi derivanti dalla difficoltà di gestire adeguatamente i grandi patrimoni fondiari si risolvono nella rovina di diverse comunità, mentre altre riescono a far fronte sufficientemente alle mutate condizioni economiche. 

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I segni di crisi si moltiplicano, ma non causano l’abbandono delle idee portanti. Seppure in ordine sparso, anche in Svizzera la costellazione del monachesimo non si avvicina del tutto impreparata alle grandi trasformazioni del Quattrocento e dell’epoca della Riforma.

 



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