12.06.2009
in
Ticino Management Donna - keywords: societa
Cocchi di mamma
L’overparenting, ovvero il dare troppa attenzione ai figli, è un fenomeno sempre più diffuso, le cui conseguenze sono spesso disastrose in termini educativi e non fanno che aumentare le difficoltà dei ragazzi a crescere e realizzarsi
«Stefano ha 11 anni e frequenta la quinta elementare, dove incontra 4 maestre e maestri. Ha il papà e la mamma e ha la fortuna di avere ancora in vita i 4 nonni. Dopo la scuola va agli allenamenti di basket, tenuti da un allenatore e un vice-allenatore. Una volta alla settimana va a catechismo e una giovane studentessa lo prepara alla futura cresima; infine suona il pianoforte e due volte la settimana un’anziana maestra di piano lo accoglie a casa sua per perfezionare la sua tecnica. Nella sua settimana Stefano incontra 14 adulti che gli dicono che cosa deve fare: senza contare il portiere del suo condominio, i due zii, l’autista dello scuolabus, il custode della palestra, ecc.».
Con quest’esempio Raffaele Mantegazza, docente presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca descrive il fenomeno che in inglese si chiama “overparenting’‘, traducibile in italiano con “eccesso di attenzione’‘, ma anche di protezione nei confronti dei figli.
Se fino a non molto tempo fa si parlava di figli viziati, riempiti di regali e oggetti inutili, oggi è sempre maggiore la tendenza ad investire molto sui figli, organizzando loro la giornata con un susseguirsi di attività, cercando così di plasmare dei piccoli geni. Tutto ciò affinché abbiano una carriera strepitosa e siano sempre i numeri uno. Un fenomeno nei confronti del quale Mantegazza è molto scettico e, tornando all’esempio citato, continua: «Stefano è un bambino in stato di assedio; ovunque si giri vede adulti. Ma la cosa grave è che questi adulti non si sono mai trovati a parlare di Stefano, cosicché il bambino viene passato di mano in mano come un pacco, compie tante esperienze senza mai tirare le fila, confrontare, criticare».
E il grido di allarme nei confronti di questo fenomeno comincia a farsi sentire, perché, pare, le sue conseguenze possono essere anche molto gravi. Infatti, l’eccessivo investimento sui figli, associato ad elevate aspettative, rischia di avere un effetto controproducente: nell’immediato i “piccoli geni” si trasformano presto in “piccoli dittatori”, sempre alla ricerca di attenzione, spesso incapaci di relazionarsi con i coetanei e arroganti con gli adulti. Spinti ad affrontare le esperienze più disparate in età precoce, si sentono al centro del mondo, autorizzati a governare tutti e tutto.
Una volta cresciuti diventano giovani senza entusiasmo: tutto li annoia, si sentono fragili e privi di iniziative.
La precocità delle esperienze li ha portati a non sperimentare con consapevolezza le proprie energie, sviluppando nel momento adatto le loro potenzialità. Vivono, o si lasciano vivere, con un sentimento costante di impotenza.
La mancanza di momenti di “ozio creativo” nell’infanzia non ha stimolato in loro la creatività e l’autosviluppo necessari per diventare adulti autonomi ed intraprendenti.Il problema d’altra parte non è l’eccesso di attenzione, che, in quanto espressione di affetto, non è mai troppa; il problema è la direzione di quest’attenzione. I bambini di oggi ottengono tutto facilmente dai genitori, che giustificano queste concessioni con la scusa che lo fanno tutti.
Questo semplice fatto evidenzia l’indebolimento della genitorialità a favore di modelli di riferimento estranei al singolo individuo e alla famiglia: ciò che viene dettato dal mondo dei consumi e dei mass media assume un valore di riferimento di maggiore validità che determina scelte di vita anche molto personali.
La genitorialità è così annientata e l’attenzione non viene diretta sulle potenzialità reali e specifiche del figlio, ma su obiettivi artificiosi e spesso inadeguati al bambino.
Da qui le infinite proposte di attività, corsi, oggetti: infinite perché non rispondono alle reali esigenze di crescita del figlio.
Quest’ultimo, in quanto individuo unico e irripetibile ha, infatti, bisogno di esperienze adatte a lui e rispettose dei suoi ritmi.
«È molto di moda uno slogan che recita “non è la quantità di tempo che passiamo con i figli ad essere importante, ma piuttosto la qualità”», osserva Raffaele Mantegazza.
«È una sciocchezza ed è anche segno di un atteggiamento piuttosto vile. Di solito chi non passa tempo sufficiente con i propri figli si consola con queste facili autoassoluzioni e cerca di rendere quel poco tempo pieno come un uovo, amministrando tutto, programmando tutto, scavalcando i figli nelle scelte, nei gusti, nelle esperienze. Il risultato è che gli stessi bambini passano da momenti di totale solitudine e abbandono magari davanti alla Grande Balia televisiva a momenti di attività ipercontrollate e totalmente gestite dai genitori».
L’infanzia diventa così sempre più contaminata dall’ossessione del successo a tutti i costi, in termini di visibilità, denaro, capacità di consumo, nonché fuorviata dalla tendenza a considerare il tempo come una risorsa sulla quale investire per assicurarsi un futuro, piuttosto che come un’opportunità per crescere, imparando ad ascoltarsi, a scegliere, a riflettere, a non omologarsi, a entrare in contatto con se stessi.
Travolti dalla mancanza di tempo, dai sensi di colpa, dall’incomprensione, dal conformismo, i genitori di oggi tendono sia a dare, che a pretendere troppo, assecondando i desideri dei figli per debolezza o per superficialità, senza rendersi conto di come, così facendo, indeboliscono la loro personalità.
Al tempo stesso, si rovescia su di loro un’onda di aspettative che tagliano i tempi preziosi del gioco, della leggerezza, della noia creativa, e incoraggiano in loro insicurezze, fragilità, timori di non essere all’altezza delle sfide che li aspettano.
«La protezione», fa notare Mantegazza, «è un dovere dei genitori nei confronti dei figli, ma proteggere un bambino non vuole dire eliminare del tutto i rischi creandogli attorno un ambiente ovattato e irreale; significa esporlo a un rischio controllato, fargli vivere esperienze di relativa autonomia sotto un controllo discreto e non invasivo; questo è assai più difficile e richiede assai più tempo dell’abbandono o dell’ipercontrollo, ma è l’unico atteggiamento, a mio parere, realmente educativo». E in questa dinamica il confronto-scontro con i figli, soprattutto nell’età dell’adolescenza, gioca un ruolo fondamentale.
«I ragazzi e le ragazze crescono in un solo modo», spiega il docente di Pedagogia interculturale e della cooperazione; «opponendosi al mondo adulto e cercando di prenderne le distanze, anche criticandolo, per poi poter trovare un loro stile di vita e di crescita, anche recuperando ciò che degli adulti si contestava fino a qualche mese prima.
Questo però è possibile solamente se il mondo adulto non accondiscende a ogni richiesta dei giovani, ma ha il coraggio di uno sforzo normativo, senza peraltro cadere nella repressione.
Reprimere, castigare, sgridare e limitarsi a questo rende i figli nevrotici e frustrati, ma coprire ogni loro errore non li porta mai a una reale responsabilizzazione e soprattutto mette l’adulto al riparo da qualunque critica».
L’assenza di regole e limiti, per i giovani, può essere quindi fonte di insicurezze, di ansie, di nevrosi, di risentimenti inconsapevoli, che poi si manifestano in modo trasversale, anche se l’autorità genitoriale deve essere sempre accompagnata da grandi quote di affettività, carisma, credibilità, autorevolezza.
Bambini e ragazzi infatti hanno bisogno di recuperare il senso del limite, il valore di regole e disciplina, ma soprattutto hanno bisogno di accoglienza, di sentirsi importanti nella vita dei propri genitori, e di avere degli esempi forti, ai quali ispirarsi.
Un discorso che, vale, mutatis mutandis, anche per gli insegnanti che oggi troppo spesso vengono accusati di brancolare tra un eccesso di autoritarismo e un esubero di permissivismo.
«La questione è anche qui bipolare», conferma Mantegazza: «si passa da insegnanti che danno dei “cretini” ai loro allievi, cosa che prima ancora che pedagogicamente scorretta è umanamente penosa, a insegnanti che non si legittimano come detentori di un potere.
La dimensione del potere sembra essere la più rimossa da parte degli educatori, siano essi insegnanti o genitori. In realtà si tratta di far vivere ai giovani una dimensione del potere che non sia violenta, annichilente o arrogante, ma al contrario liberante.
Un falso egualitarismo pedagogico che vorrebbe sottrarre all’adulto il ruolo e la responsabilità della regia dell’atto educativo e scolastico rischia di lasciare gli insegnanti nell’impotenza e i ragazzi e le ragazze nella totale solitudine».
Che fare allora per offrire un’educazione che sviluppi il senso profondo delle sfide da affrontare in una società dove i modelli sono quelli del tutto e subito?
Una buona norma sarebbe fermarsi a riflettere sull’educazione alle emozioni, alle passioni, ai valori, alle regole, alla fatica.
Una struttura interiore ben salda dal punto di vista affettivo, coltivata attraverso la tenerezza, l’accoglienza, l’attenzione, il dialogo, l’ascolto, il rispetto, i buoni esempi, ma anche una buona pressione normativa, quando occorre, sono un motore potentissimo, che permette di affrontare anche i percorsi complessi della vita odierna, sostenuti da idee chiare sulle priorità, da un buon equilibrio, da un temperamento forte, razionale ed empatico, dall’autodisciplina, dalla capacità di sviluppare e di esercitare al meglio i propri talenti.
E in questo quadro sta anche, dove necessario, una riduzione drastica degli impegni nelle agende dei ragazzi.
«Occorre», conclude Mantegazza, «che i giovani facciano poche cose fatte bene, che si muovano in profondità e non in superficie, accumulando esperienze, e soprattutto che abbiano il tempo per compiere l’esperienza più importante che si possa fare da ragazzi; non fare assolutamente niente». Ogni genitore capace di ascoltare se stesso e rispettoso della propria affettività dovrebbe essere in grado di riconoscere qual è il percorso migliore per il proprio figlio. Quando, invece, tale condizione subisce un’interferenza dall’esterno che la indebolisce, l’amore genitoriale si trasforma in “overparenting”.