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24.06.2009 in Arte&Storia - keywords: editoriali

Un numero tutto da gustare

Il generale Charles De Gaulle si chiedeva come fosse possibile governare un Paese che ha più formaggi che giorni nel calendario. Naturalmente si riferiva alla Francia, che è nota in Europa per la peculiarità dei suoi prodotti. In Svizzera le specialità casearie sono 450 e la governabilità non è un problema. Forse perché federalismo e attenzione alle specificità del territorio sono inscritte nel Dna della popolazione insieme all’amore per i formaggi: il consumo pro capite annuo è di 21 chili, 4 etti alla settimana. I prodotti caseari vengono gustati in tutti i modi possibili e immaginabili: prova ne sono la fondue e la raclette, assurti a veri e propri piatti nazionali. E al pari del cioccolato il formaggio svizzero, soprattutto quello stagionato (Emmental con i buchi, Gruyère, Tête de Moine, Sbrinz, Appenzeller, e altri ancora), è conosciuto e apprezzato nel mondo intero. 

Ma dove e quando è nato il formaggio? Pare non in Svizzera, visto che la sua origine va attribuita ai popoli della Mesopotamia tra i 10mila e i 18mila anni fa, ma di sicuro la Svizzera è il paese che lo apprezza di più e vanta le migliori qualità al mondo.

Arte&Storia in questo numero cerca di fornire delle informazioni documentate sui formaggi dei vari cantoni svizzeri e del Ticino, oltre a presentare delle notizie curiose. Come quella, ad esempio, relativa al Tilsiter, il famoso formaggio svizzero a pasta semidura che deve il suo nome alla città di Tilsit, un tempo nella Prussia orientale e oggi diventata Sovjetsk in Russia. Il fatto curioso è però che a fabbricare il Tilsit in Prussia erano stati i casari svizzeri là emigrati e che, una volta rientrati in patria, avevano continuato la fabbricazione in Svizzera di quel prodotto.

Formaggi a parte, questo numero di Arte&Storia è ghiotto anche per gli interessati alla storia dell’arte: vengono infatti presentate importanti scoperte nel campo della pittura e dell’affresco. È il caso, per esempio, della chiesa parrocchiale di Quinto, con due straordinarie opere pittoriche, rimaste fino ad oggi nell’anonimato, che vengono finalmente attribuite, con un’ampia disanima critica, a uno dei principali pittori attivi nel Settecento in Lombardia: il varesino Pietro Antonio Magatti. Così come per la prima volta si cerca di stilare un primo catalogo di cicli di affresco (più di 50) di una delle botteghe più attive fra Lombardia e Ticino sul finire del Cinquecento (anche se ancora poco conosciuta), quella dei Pozzi di Valsolda e degli Avogadro di Tradate, con dei riferimenti specifici alle opere ticinesi. 

di Giorgio Mollisi



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