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18.06.2009 in Ticino Management - keywords: 20 anni, finanza

Franco Müller (nella foto), nato a Zurigo ma cresciuto in Ticino, continua a essere un ‘apripista’.

Studi alle commerciali di Bellinzona, all’Insead e alla London School of Economics, Müller ha alle spalle una carriera che comprende, citando solo alcuni incarichi, la direzione del Banco di Lugano appena acquisito da Ubs, la direzione della regione Ticino e del private banking mercato sud Europa per conto ...

18.06.2009 in Ticino Management - keywords: 20 anni, finanza

Giocando d’anticipo la piazza bancaria ticinese ha superato lo ‘choc’ della moneta unica europea. Oggi il Ticino si distingue per la qualità del servizio, sia in termini di gestione patrimoniale sia negli altri aspetti del private banking. Sono atout che permetteranno di sopravvivere anche a eventuali ‘scudi’ europei.

Per fortuna Ticino Management ha iniziato le sue pubblicazioni nel giugno del 1989. Se il ventesimo anniversario della rivista economica del Canton Ticino fosse caduto prima, anche solo un anno fa, avremmo dipinto in questo articolo una immagine molto meno contrastata, in fondo forse anche meno realistica, della ...

18.06.2009 in Ticino Management - keywords: 20 anni, politica

Sindaco da un quarto di secolo, Giorgio Giudici ha visto realizzata la grande Lugano e ora pensa a dare una dimensione istituzionale alla città territorio che si estende dal Ceneri a Chiasso. Il tutto senza tralasciare il contatto diretto con le persone e la gestione quotidiana della città.

di Giorgio Mollisi

Sul primo numero di Ticino Management del 1989 non poteva mancare una intervista a Giorgio Giudici. Il sindaco di Lugano non aveva parlato di urbanistica o di altri temi ‘classici’ da sindaco, ma di formazione. ...

05.12.2008 in Arte&Storia - keywords: arte, bissone

Un’altra famiglia bissonese che ha espresso importanti artisti attivi in Europa a Nord delle Alpi è quella dei Bussi o Busi (anche Bossi o Buzzi).

Due sono i più importanti rappresentanti di questa famiglia bissonese, il pittore Carlo Antonio (di cui si parla in un saggio su questo volume) e lo stuccatore Santino. Figlio di Giovanni Francesco e di Anna Maria Pusterla, Santino nacque a Bissone nel 166411.
È probabile che la sua ...

05.12.2008 in Arte&Storia - keywords: arte, bissone

Grande famiglia soprattutto di architetti che hanno in Giacomo forse il loro capostipite più famoso 9. Lo incontriamo in Slesia dal 1539 al servizio del vescovo di Wroclaw mentre ricostruisce il castello medievale di Bolkow.

Lo ritroviamo poi nel 1543 a Brzeg come architetto della corte del duca e lì si stabilì creando una fiorente bottega di decorazione architettonica in cui operavano anche i suoi figli proponendo ai committenti edifici “chiavi in mano”. Divenne così famoso che la sua fama si estese oltre la Slesia e la sua bottega divenne la più ricercata in tutta l’Europa centrale spingendosi fino a Stoccolma a nord, alla Boemia e alla Moravia a sud. A Brzeg il Porri diresse la ricostruzione del castello, chiamando nel 1566 in aiuto anche il fratello Francesco.

Dal 1564 al 1569 a Brzeg costruisce il Ginnasio (nell’intenzione del duca doveva diventare l’università) e anche il palazzo del Municipio con il genero Bernardo Neuroni di Lugano. Nel 1569 va a Varsavia alla corte polacca chiamato dal re Sigismondo Augusto dove firma il contratto per la progettazione del castello reale con l’architetto Giovan Battista Quadro, ma ben presto ritornò a Brzeg, dove restò fino alla morte avvenuta nel 1575. 

Della sua bottega faceva parte il fratello Francesco, nato a Bissone nel 1527 ca. Lo troviamo negli anni Quaranta a Chojnow (a nord-ovest di Wroclaw) dove esisteva una bottega degli ‘Artisti dei laghi’ molto importante, che eseguiva opere sia architettoniche sia scultoree, monopolizzando il mercato e di cui forse era lui stesso il massimo esponente. A Chojnow, Francesco eseguì la trasformazione del castello dei principi Piast, prima di trasferirsi in Germania al servizio del principe Johann Albrecht I, Kurfürsten von Sachsen. Nel 1558/1565 costruì il castello di Güstrow e, qualche anno dopo (1565/1572) i castelli di Schwerin, Bützow, Rostok, Dargun nel Meclemburgo, ritornando probabilmente d’inverno a Chojnow. Nel 1566 viene chiamato dal fratello, come abbiamo visto, a Brzeg, ma in seguito partì per la Svezia invitato dal re Giovanni III Wasa ad occupare la carica di primo architetto reale. In Svezia Francesco ricostruì i castelli di Uppsala e di Stoccolma, chiamando in Svezia i componenti della sua famiglia che si trovavano in Slesia. Francesco morì a Uppsala nel 1580.

Terzo fratello di Giacomo è l’architetto e ingegnere militare Giovan Battista, che vive tra il 1519 e il 1582. Dapprima opera con il fratello a Brzeg e poi si trasferisce al castello di Schwering (Germania) architetto del duca di Meclemburgo, e poi a Güstrow.

Nel 1599 ritorna Brzeg e l’anno seguente costruisce la Schlosskirche di Schwering, finita nel 1568.

Nel 1571-72 costruisce il seggio reale nel duomo di Schwering e nel 1572 si trasferisce in Svezia con il fratello Francesco come ingegnere militare. Nel 1580 ritorna in Germania al servizio del duca Ulrico del Meclemburgo e nel 1582 è di nuovo in Slesia e a Bislobrzegi per i lavori del castello.

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Come si diceva, Giacomo Porri aveva creato una bottega in Slesia che si occupava della progettazione, della direzione dei lavori e della decorazione. Principali attori della bottega, oltre ai fratelli, erano anche i suoi figli che erano specializzati sia nella costruzione sia nella decorazione. Cristoforo, infatti, di professione stuccatore lo troviamo verso il 1537 in Slesia e dal 1558 al 1572 nel Meclemburgo in Germania nei castelli di Güstrow e Schwerin dove si trovavano gli zii e, nel 1572, in Svezia nel castello di Nyköping.

Domenico, l’altro figlio di Giacomo, era invece mastro da muro. Nel 1572 lo incontriamo assieme ai suoi parenti nei castelli di Güstrow e Schwerin e, in seguito, in Svezia con il fratello Cristoforo nei castelli di Orebro, Kalmar, Borgholm.

(9) Su Giacomo Porri e sulla sua famiglia, oltre a Crivelli già citato, vedi M. Karpowicz, Artisti ticinesi in Polonia nel ‘500, op. cit., pp. 49-83.

01.04.2009 in Ticino Management Donna - keywords: cover story

Prudenti per natura, le donne nel settore finanziario sono pochissime. C’è chi azzarda che, se fossero state di più, la crisi si sarebbe persino potuta evitare.

“Con più donne nei posti che contano i danni sarebbero stati limitati, perché hanno un rapporto meno disinvolto con il denaro”, ha dichiarato Loretta Napoleoni, economista, saggista, consulente di istituzioni internazionali, della Bbc e della Cnn, “l’uomo, abituato nei secoli a ...

23.07.2009 in Ticino Management - keywords: economia, sport

Dal 23 al 27 settembre si svolgeranno a Mendrisio i Campionati mondiali di ciclismo su strada. Un grande avvenimento sportivo, ma anche un’opportunità economica e promozionale per il territorio che ospita le gare.

di Marzio Molinari

Ticino terra di ciclismo’: questo lo slogan che hanno scelto gli organizzatori dei Campionati mondiali di ciclismo su strada che si svolgeranno a Mendrisio nel mese di settembre. Indubbiamente una scelta azzeccata: in effetti dopo il 1953, il 1971 e il 1996 il ...

11.06.2010 in Ticino Management - keywords: economia, aziende

Per Nespresso l’eccellenza per il caffè è un must, a cominciare dal primissimo gradino della filiera fino all’espresso più esclusivo.

È lui. George. Il testimonial che giganteggia sui manifesti stradali e sorride sornione dallo schermo. George, che senza distinzioni di sesso o d’età affascina, l’affabulatore che trascina. Quel George Clooney che molti ormai identificano con un espresso fumante. Un bell’esempio di pubblicità riuscita, che Nespresso ha saputo ben congegnare e che ha affiancato il successo di questo marchio che in relativo poco tempo si è affermato nel panorama mondiale.

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Fondata nel 1986 in Svizzera, Nespresso si è sviluppata come unità operativa indipendente a gestione globale all’interno del gruppo Nestlé, leader mondiale nei settori dell’alimentazione, della salute e del benessere. 

Chiave del successo di Nespresso è il suo modello imprenditoriale esclusivo, la cosiddetta trilogia. Una leadership alimentata anche dall’abilità di sapersi rinnovare, pioniera nella ricerca della perfezione del prodotto, con team di lavoro motivati a tutti i livelli.

Trilogia, la capacità quindi di offrire la più alta qualità in ogni fase della catena del valore e nel contempo una gamma completa di macchine da caffè eleganti, innovative e di semplice utilizzo. Ed infine, ma molto importante, lo stretto rapporto diretto con i consumatori nella vendita del prodotto finale, le capsule monodose che possono essere comperate solo nelle cosidette ‘Boutique Nespresso’, oppure per telefono, o acquistate attraverso il sito internet della società e poi spedite via posta.

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Le capsule hanno diversi colori, a caratterizzare caffè realizzati in miscela o in purezza, sulla base delle varietà Arabica e Robusta, provenienti da diverse regioni del mondo. 

Sedici diverse capsule Grands Crus della migliore qualità che contengono nove tipi di caffè Espresso, quattro di Lungo e tre detti Pure Origin. Ogni anno vengono inoltre presentate due nuove miscele, una Limited Edition in primavera e una Special Club in autunno.

La sede centrale di Nespresso che è a Paudex, vicino a Losanna, occupa attualmente 4500 dipendenti e vende i suoi prodotti direttamente alla clientela in 50 paesi attraverso una rete globale di 190 boutique esclusive nelle più grandi città del mondo, con nuove aperture continue. 

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Pascal Hottinger, direttore di Nespresso  Switzerland, esprime la sua soddisfazione: «Per il quarto anno consecutivo Nespresso è stata qualificata come impresa a più elevato tasso di crescita del Gruppo e si colloca tra i ‘marchi miliardari’. Lo scorso anno l’azienda ha raggiunto una cifra globale di 2,77 miliardi di franchi svizzeri, mantenendo dal 2000 una crescita media annua del 30%.»

È incredibile come il semplice atto di bere un caffè implichi tutta una serie di fattori di grande, grandissima importanza per le economie dei molti paesi che lo producono. Per volume di scambi commerciali internazionali il caffè è secondo solo al petrolio, quindi. con giro di affari di peso. Spesso questa coltivazione costituisce il prodotto basilare delle economie dei paesi che producono caffè, assorbendo la più grande forza occupazionale e realizzando in entrata la voce più sostenuta dei loro bilanci nazionali. L’habitat naturale del caffè è la fascia equatoriale tropicale, ad un’altezza variabile tra 200 e 2000 metri con clima caldo umido e piogge abbondanti. Le due principali specie sono l’Arabica e la Robusta. Le qualità più pregiate di Arabica si producono in Brasile, Colombia, Costa Rica e Guatemala, le più pregiate di Robusta in India e in Africa Centrale con Kenya, Etiopia e Uganda. Tra i paesi che hanno produzioni in forte aumento troviamo Vietnam, Indonesia e Messico.

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Produrre caffè è l’arte di guidare e controllare il processo di trasformazione del frutto, chiamato ciliegia, che racchiude i due chicchi di caffè, in caffè tostato che sta alla base della preparazione di miscele, o più raramente singoli cru, una filiera che parte appunto dalla pianta.

Dal 2003 Nespresso si è impegnata con un programma di sviluppo sostenibile AAA Sustainable Quality Program, controllato da organismi internazionali indipendenti. Per ‘qualità sostenibile’ si intende poter offrire tecniche di lavorazione che generino una produzione qualitativa ed una vitalità economica, rispettando l’ambiente e contribuendo al benessere sociale dei coltivatori e delle loro comunità. Grazie a questo programma, non meno del 75% del valore delle esportazioni del caffè ritorna ai piccoli o grandi produttori scelti da Nespresso e alle loro comunità. In cambio, i coltivatori impiegano metodi agricoli rispettosi dell’ambiente e si impegnano a fornire quella qualità di caffè al grado di eccellenza richiesto.  

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Il programma è articolato in vari modi e varie fasi, con operatori che lavorano in loco per la formazione dei produttori secondo un criterio economico, ecologico e sociale. Tutto deve funzionare e viene costantemente controllato.

«Innanzitutto Nespresso lavora a stretto contatto con i fornitori di caffè verde, cioè il prodotto finale della lavorazione dei chicchi che viene imbarcato per la distribuzione mondiale per essere poi torrefatto in loco nei singoli paesi», dice Alberto Micucci, Green Coffee Procurement Manager di Nespresso, «questi fornitori forniscono un servizio importante, aiutando ad individuare i migliori caffè, spesso situati in remote regioni montagnose, dove centinaia, se non migliaia, di piccoli coltivatori producono modeste quantità di caffè della qualità più elevata». 

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La collaborazione con i fornitori permette ai caffè riconosciuti come ‘AAA’ di risalire all’origine di ogni singolo chicco, l’azienda di coltivazione da cui proviene o il nome del coltivatore, le condizioni del suolo ed il processo di produzione. Per questi prodotti Nespresso offre prezzi più elevati, richiedendo a sua volta una trasparenza assoluta. 

Il terroir è molto importante per la coltivazione del caffè. La pianta deve beneficiare del caldo tropicale ma anche dell’ombra. È per questo che cresce meglio in altitudine. Da generazioni i contadini si prodigano per fare il miglior caffè, ma pur producendolo da secoli non conoscono ancora bene le potenzialità del loro prodotto. Si tratta di educarli alla qualità e non alla quantità: meglio una produzione scelta, in un rapporto qualità-terreno ottimale.

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Gli specialisti di Nespresso si adoperano quindi per formare gli agricoltori istruendoli ad esempio a canalizzare l’acqua con sassi per evitare l’erosione del suolo, che è molto dannosa, ad usare pochissimi pesticidi e in maniera calcolata, a raccogliere le ciliegie solo quando sono mature. Una pianta infatti può essere carica di fiori e frutti ad un diverso punto di maturazione. Insegnano loro a rispettare i diversi passaggi, dalla raccolta manuale, alla cernita delle ciliegie nei cesti, alla separazione dei frutti dalla polpa, alla fermentazione, all’essicazione al sole. I criteri di selezione, sia nel vaglio dei fornitori che nella scelta del prodotto, sono quindi severissimi e per ottenere la tripla A devono essere completamente soddisfatti.

Il passo successivo del programma ‘AAA’ è stato lo sviluppo di uno strumento per la valutazione della qualità sostenibile, detto ‘Tasq’, un programma di valutazione delle aziende di coltivazione che permette di integrare qualità e sostenibilità. Nello sviluppo del ‘Tasq’ per la valutazione delle aziende di coltivazione e per la sostenibilità, Nespresso, essendo parte di Nestlé, ha tratto beneficio dall’esperienza del Gruppo che in tal senso opera anche in altri ambiti.

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Oltre alla collaborazione degli agronomi sul campo e dei fornitori di caffè verde, molto importante anche quella con la ‘Rainforest Alliance’, una grande organizzazione non-governativa che si occupa di agricoltura tropicale, la cui missione consiste nel proteggere gli ecosistemi e le persone, la fauna e la flora che da esse dipendono.

Sin dall’inizio della sua ventennale esistenza, qualità ed esclusività del suo caffè sono per Nespresso ciò che ispira tutte le sue attività. Appena l’1% della raccolta del caffè crudo a livello mondiale soddisfa questi severi requisiti e può essere effettivamente utilizzata per i Grands Crus. Per poter offrire anche in futuro i migliori caffè in assoluto, Nespresso sta continuando a rafforzare relazioni a lungo termine con coltivatori di caffè nelle migliori regioni di produzione del nostro pianeta. Dopo l’Aaa Sustainable Quality Coffee Program, nel 2009 ha dato vita alla piattaforma Ecolaboration che consolida e raggruppa tutte le performance di sostenibilità di Nespresso nei settori caffè, capsule, macchine e pratiche commerciali.

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Un programma che funge da cornice per creare partnership fondate su principi di innovazione sostenibile, nel quadro della strategia di sviluppo sostenibile di Nestlé.  Con obblighi assunti da Nespresso che entro il 2013 si propone di acquistare circa l’80% del suo caffè presso coltivatori che hanno aderito ai programmi e che siano ufficialmente certificati e abilitati da Rainforest Alliance. Alucycle è un’altra iniziativa di Ecolaboration che vede Nespresso associarsi a Iunc, Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, per confrontarsi sul modo di agire per migliorare il riciclo delle capsule di alluminio che hanno contenuto il caffè, contribuendo così alla protezione dell’ambiente. 

Il 2010 sarà un anno chiave per Nespresso che continua ad investire nella crescita, puntando a superare le aspettative dei consumatori e ad alimentare il loro entusiasmo attraverso l’offerta della più alta qualità abbinata alla massima praticità.

Per sostenere i piani di crescita futura, nel corso dell’anno la società inizierà ad espandere il suo Centro di distribuzione di Avenches che nei prossimi tre anni raddoppierà la produzione. Amplierà ulteriormente la propria rete globale di vendita al dettaglio aprendo trenta nuove Boutique e anche la piattaforma e-commerce sarà rivisitata e resa più dinamica.

E il successo continua…

Donatella Révay

03.12.2009 in Ticino Management Donna - keywords: economia, aziende

Tante le idee imprenditoriali di donne che, coltivando una passione o facendo fronte a mutate esigenze familiari o professionali, si sono messe in proprio.

«La presenza di imprenditrici in Ticino è sicuramente aumentata negli anni, ma non è semplice rilevare il polso della situazione imprenditoriale nel nostro Cantone in un momento di grandi mutamenti quale è quello attuale», esordisce Marie Jeanne Bosia, presidente Gruppo Donne PMI ...

06.12.2009 in Ticino Management - keywords: economia, fisco

Scudo, doppia imposizione, piazza bancaria… Conversazione a tutto campo con Emanuele Stauffer, avvocato dello studio Peterlegal di Lugano.

Sullo ‘scudo fiscale’ e le controversie fiscali che stanno animando le relazioni diplomatiche e politiche internazionali fioccano quotidianamente pareri giuridici e pronunciamenti di esperti. Il tema, come si dice in gergo giornalistico, è caldissimo. E non potrebbe essere diversamente, non solo per gli effetti che il provvedimento assunto dal governo italiano potrebbe avere sulla piazza bancaria ticinese, ma anche per le ricadute economiche negative verso il territorio, i comuni e il Cantone stesso, che si ritroveranno con un calo degli introiti fiscali provenienti dal settore bancario. Stime approssimative parlano di un decremento del gettito fiscale di oltre il 30%, ma tutto dipenderà dagli esiti reali dell’uscita dei capitali stranieri.

Nel frattempo, ci si interroga alacremente sulle diverse sfaccettature di una crisi che potrebbe cambiare il volto del sistema bancario nel volgere di pochi anni o, quanto meno, indurlo a modifiche strategiche e tattiche di rilievo, accompagnate da misure legislative fiscali finora mai immaginate.  Se n’è parlato a Berna nel recente incontro tra la delegazione del Governo ticinese e Hans Rudolf Merz, e se ne parla a Lugano, dove ovviamente l’argomento tiene banco ormai da mesi sulla stampa, in convegni, seminari aperti e chiusi, consigli di amministrazione…

Ticino Management ha intervistato su tutta questa complessa partita dagli esiti incerti Emanuele Stauffer, avvocato dello studio Peterlegal di Lugano. Già procuratore pubblico cantonale, ha lavorato nel perseguimento di reati finanziari nel settore dell’assistenza giudiziaria internazionale. Insomma, come si dice, conosce la materia. Conosce, soprattutto, uno dei risvolti più preoccupanti e inquietanti del contenzioso che oppone la Svizzera ad Usa e Unione Europea, ovvero l’attacco al segreto bancario.  «Certamente la portata del segreto bancario nell’ambito dei nostri rapporti con Stati terzi cambierà», commenta il giurista, «se tuttavia intendiamo il segreto bancario come una nozione dedotta dal diritto svizzero, a sua volta conseguenza di un certo modo di concepire i rapporti fra Stato e cittadino, e dunque a protezione della sfera privata, ebbene esso non può dirsi minacciato».

Apparente contraddizione. Perché subito dopo Stauffer spiega: «Non va dimenticato che, in Svizzera, diversamente da molte altre giurisdizioni, la possibilità per l’autorità fiscale, in casi di semplice evasione fiscale, di accedere ai dati bancari, è impossibile. Ciò si riverbererà anche nell’ambito dei rapporti internazionali, dal momento che questo principio è stato ampiamente confermato nel corso degli ultimi mesi. Non credo però che, oggi, visti i cambiamenti in corso, arroccarsi al segreto sia cosa del tutto opportuna. Occorre invece pensare ad un ruolo della Svizzera quale parte integrante - magari centrale - di un mondo on shore globalizzato». Arroccamento inutile, dunque. Il segreto bancario rischia di finire in soffitta? Così non pareva, dopo che per anni la Confederazione sembrava essersi messa al riparo da ulteriori attacchi varando legislazioni antifrode e antiriciclaggio assai avanzate, migliori per molti aspetti di quelle di altri Paesi della stessa Unione Europea. Allora, cosa non ha funzionato? Si poteva fare meglio, in termini legislativi e di norme di trasparenza, per evitare l’accrescersi di una ‘ostilità’ internazionale nei confronti di Berna? «No, solo che, in Svizzera, il reato fiscale non può essere l’anticamera del riciclaggio. Non esistono pertanto ostacoli affinché gli intermediari finanziari possano trattare averi anche fiscalmente non dichiarati». Possibilità in parte preclusa in altre giurisdizioni.

«È chiaro», riprende Stauffer, «che questa peculiarità, combinata con l’importanza della piazza finanziaria svizzera, crea invidie e accresce l’impressione che la Svizzera si sia dotata delle condizioni quadro per essere favorita rispetto ad altre giurisdizioni. Inoltre, direi che la Svizzera in generale ha sempre peccato per un difetto di comunicazione. Non è mai riuscita a far capire che la sua legislazione antiriciclaggio è una delle più efficienti al mondo, anche perché puntigliosamente rispettata dagli intermediari finanziari. La Svizzera, in questi ultimi anni, ha sempre dovuto rispondere ad attacchi esterni e non è mai stata attiva nell’evidenziare quanto all’avanguardia sia il suo sistema di prevenzione  del riciclaggio», continua l’avvocato dello studio Peterlegal di Lugano.  La questione da fiscale è diventata politico-diplomatica.

A molti, la strada imboccata dal Consiglio Federale lo scorso 13 marzo 2009 sembra sia quella giusta. La Svizzera, quella politica e il mondo bancario, dopo gli attacchi subiti dall’Europa e dagli Stati Uniti all’inizio dell’anno, ha reagito bene. Ha intavolato rapidamente discussioni con Stati terzi riuscendo ad incamerare in tempi brevissimi numerose convenzioni di doppia imposizione, uscendo dalla lista grigia dell’Ocse. In questo senso ha manifestato concretamente la sua volontà di adeguarsi agli standard internazionali, in modo tale da essere protetta da qualsiasi critica futura: «Il mondo di oggi è cambiato. Non è più possibile sperare che si possa tirare avanti con espedienti di piccolo cabotaggio.

Occorre invece considerare la Svizzera come uno Stato integrato in un mondo in cui gli scambi internazionali sono sempre più frequenti e facilitati, e nel quale i confini nazionali appaiono sempre più labili. Le norme relative alla cooperazione internazionale devono considerare questa evoluzione e la Svizzera deve far sì che la sua legislazione si adegui a questa evoluzione. E  ciò attivamente e non passivamente».  Tutto non è nato per caso. La crisi internazionale, come in tutte le bombe, è stato l’innesco, la miccia che ha acceso l’ordigno. Anche il giurista ticinese pensa che l’effetto scatenante sia stato il caso Ubs. Ad esso hanno fatto seguito rivendicazioni provenienti dall’Europa, facilitate dal contesto economico mondiale negativo e dalla necessità di trovare risorse finanziarie.

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Sicuramente la Svizzera ha subìto un concorso di circostanze poco favorevoli. Ma è altresì vero che alcune norme interne al sistema giuridico svizzero non hanno favorito un sereno confronto: per esempio, il fatto che l’evasione fiscale in Svizzera non sia un reato. Un problema che oggi però non si pone più: «Anche su questo punto la Svizzera si è mossa. La distinzione fra frode ed evasione fiscale è stata abbandonata nell’ambito dei suoi rapporti internazionali. Essa non ha però motivo di non essere confermata nell’ordinamento giuridico svizzero. Era però giusto che la Svizzera decidesse di non volersene avvalere per rifiutare l’assistenza quando richiesta in casi di illeciti fiscali di ogni genere». In un azzurro mattino romano, si era in primavera, il ministro delle finanze italiano Giulio Tremonti ha aperto la finestra del suo studio di via XX Settembre e ha deciso: le casse vuote del fisco italiano andavano riempite anche con il terzo ‘scudo fiscale’ della sua carriera. Lui, padrino del primo e del secondo scudo, stavolta voleva dare una ‘lezione’ ai ‘paradisi fiscali’. Mettere alle strette gli evasori italiani, costringere chi ha capitali all’estero non dichiarati al fisco a rientrare e, comunque, a pagare il ‘fio’ del reato commesso. Costi quel che costi: anche una quasi crisi diplomatica con un paese, la Svizzera, dove l’italiano è la terza lingua e dove c’è un Cantone nel quale ogni giorno lavorano più di 40 mila frontalieri.

Stauffer commenta pacatamente lo spinoso argomento: «Dal punto di vista giuridico, vi sono sicuramente censure possibili. Mi riferisco alle normative antiriciclaggio e Iva. Trattasi però di questioni soprattutto italiane, sulle quali non tocca a noi svizzeri prendere posizione. Non credo sia nostro compito sindacare circa l’opportunità per uno Stato di avvalersi di questo strumento di politica fiscale. Ciò che sicuramente sciocca è l’aliquota applicata a questa amnistia fiscale. Essa è irrisoria e manifestamente inferiore a quelle applicate da altri Stati in situazioni analoghe». Il 5%. Come dire: su un milione di euro, cinquantamila. Un sacrificio sostenibile, posto che così il contribuente italiano si mette al riparo da possibili ritorsioni fiscali future su quei capitali, il tutto nel più perfetto anonimato. Una percentuale minima, se si pensa che l’aliquota massima fiscale in Italia viaggia oltre il 40%! Paragone improprio, si dirà, ma rende l’idea.

Anche Doris Leuthard, ministro dell’economia, ha affermato: “È legittimo che l’Italia faccia una simile amnistia, ma non ci piace la maniera”. E Stauffer replica: «Ripeto: ogni Stato è libero di scegliere come agire in materia fiscale. Più pertinenti sarebbero critiche di natura giuridica, che però non sono di nostra competenza. E scandalose sono state le misure di intimidazione adottate nei confronti delle banche svizzere in Italia». Filtri asfissianti alle frontiere, telecamere, perfino agenti in borghese sul territorio elvetico. Eppoi un clima di stato d’assedio, con dichiarazioni quotidiane - non sempre veritiere - sulla stampa italiana contro presunte malefatte delle banche svizzere e molto altro… Bellinzona si è giustamente arrabbiata. E così Berna, che sottoposta alle pressioni del Canton Ticino ha interrotto la trattativa sulla doppia imposizione fiscale. Una giusta ritorsione? «È evidente che, oggi, l’Italia non ha nessun interesse a definire i termini di una nuova convenzione di doppia imposizione. Tant’è che, prima di questa decisione, stava facendo di tutto per rallentare l’iter negoziale.

Questa decisione non fa altro che agevolare la posizione italiana, legittimandola nei suoi attacchi contro la Svizzera», commenta l’ex magistrato. Infatti, l’Italia non ha riconosciuto il fatto che la Svizzera sia uscita dalla lista grigia dell’Ocse, inserendola tra gli Stati non collaborativi su una propria lista nera. Intanto, alcuni eurodeputati italiani hanno inoltrato una denuncia all’Unione Europea secondo la quale lo scudo non rispetterebbe le direttive dell’Ue stessa, in particolare condonando reati relativi all’evasione dell’Iva. Non è chiaro quali potrebbero essere le conseguenze per coloro che scudano, se questa denuncia dovesse trovare conferma. «Di sicuro», afferma Stauffer, «chi ha scudato potrebbe anche perdere tutti i privilegi di cui ha beneficiato, in particolare perdere l’anonimato e vedersi costretto a versare tutte le penali previste dalla legge».

Sarebbe una beffa! Tra le pieghe del regolamento sullo scudo c’è il cosiddetto rimpatrio giuridico,  “possibile per tutto”, e dunque non solo per immobili o attività patrimoniali per i quali comunque sarebbe impossibile un rimpatrio fisico. Lo ha detto Marco Di Capua, direttore centrale amministrazione dell’Agenzia delle entrate italiana, a margine di un convegno sullo scudo fiscale. In teoria dunque anche dai paesi ritenuti non collaborativi, come per esempio la Svizzera, è possibile ‘scudare’ fondi sconosciuti al fisco italiano senza rimpatriarli fisicamente, fermo restando che le tasse comunque debbono essere pagate in Italia. «Occorre distinguere», spiega Stauffer, « fra rimpatrio e regolarizzazione. La regolarizzazione è possibile soltanto con Stati ritenuti cooperativi nei confronti dell’Italia. Il rimpatrio, invece, è possibile anche nell’ambito dei rapporti instaurati con la Svizzera. Esso può essere effettivo o giuridico. Per valori non finanziari come yacht, gioielli e opere d’arte è possibile il rimpatrio fisico. Dove ciò non fosse desiderato, e anche per gli immobili, si può procedere alla costituzione di una società con la titolarità dei beni, lasciando gli stessi all’estero e rimpatriando le quote della società (rimpatrio giuridico). Ciò non sempre è possibile, in quanto la Lafe (Legge federale sull’acquisto di fondi da parte di persone all’estero) può rappresentare un ostacolo insormontabile proprio per quanto si riferisce alla realizzabilità (approvazione) del conferimento dell’immobile in una società».

Tra i motivi di ‘astio’ da parte del Ministro italiano, Giulio Tremonti, c’è l’accusa alla Svizzera di evadere sistematicamente l’euroritenuta (imposta sui conti esteri dai Paesi europei che non partecipano al sistema Ue di scambio di informazioni) “…perché il gettito non corrisponde alle grandezze macroeconomiche e al comune buon senso”, ha detto. Secondo il giurista ticinese, però, «parlare di violazione dell’accordo sulla fiscalità del risparmio è sbagliato. Il sistema bancario svizzero ha usufruito delle lacune in esso racchiuse, per esempio alla non applicazione dell’euroritenuta alle persone giuridiche. Lacune peraltro non volute dai negoziatori svizzeri». L’associazione svizzera delle banche straniere ha avanzato una proposta: “Non vogliamo più la neutralità in materia fiscale. Vogliamo invece applicare le leggi straniere sui capitali gestiti dalle banche in Svizzera versando l’imposta dovuta, ma nel rispetto della protezione della sfera privata. Noi non comunichiamo quindi il nome dei detentori dei conti, ma versiamo ciò che spetta per diritto allo Stato con il quale è stato firmato un accordo di doppia imposizione”. Tale dichiarazione ha aperto un vasto dibattito. Ha senso questa scelta? «Sì e no», risponde Stauffer, «innanzitutto è una proposta tardiva. Un’opportunità si era presentata nel 2004, con l’applicazione degli accordi sulla fiscalità del risparmio ma, in quel momento, si era preferito sfruttare le lacune del trattato piuttosto che agire pensando a quel che oggi sta puntualmente accadendo.

È quindi abbastanza singolare che oggi la si voglia riproporre. In secondo luogo, trovo che la proposta sia in contraddizione con le scelte politiche comunicate il 13 marzo 2009. In questo momento in effetti la Svizzera ha optato per uno scambio di informazioni rispettoso degli standard Ocse. Per una questione di coerenza, questa scelta dovrebbe chiudere la strada a qualunque altra alternativa, quale potrebbe essere un’imposta alla fonte appunto. Inoltre, una proposta del genere fa senso solo qualora venga applicata a livello europeo e non da un singolo Stato».  Il Consiglio di Stato ticinese ha chiesto a Berna di esaminare la compatibilità delle misure previste dallo scudo fiscale italiano, in particolare per quanto attiene all’obbligo del rimpatrio dei capitali depositati in Svizzera, con le disposizioni del diritto internazionale relative alla libera circolazione dei capitali. Una misura che forse potrebbe essere efficace: «Ma vorrei che fosse l’Ue stessa a pronunciarsi spontaneamente sulla questione.

La Svizzera ha reagito male e tardivamente agli attacchi che le sono stati rivolti dall’Italia. Non è stata capace di interrompere la campagna di disinformazione in atto, nè di profilarsi nettamente quale centro di eccellenza e serietà, qual è in realtà».  Nel frattempo, come nei precedenti scudi, torna d’attualità l’ipotesi di ricorrere ad un’amnistia federale generale? Stauffer la caldeggia: «Sarebbe utile, indipendentemente da quanto sta accadendo in Italia. L’ultima amnistia svizzera risale al 1969. Credo che 40 anni siano un lasso di tempo più che accettabile per dibattere serenamente e - soprattutto - senza pregiudizi ideologici di un tema siffatto».  Il 2009 sarà ricordato come un ‘annus horribilis’ per la piazza bancaria svizzera. In una immaginaria agenda, quali sono i provvedimenti auspicabili per riportare la situazione in un regime di normalità interna e internazionale? «Senz’altro la conclusione dei negoziati con gli altri Stati in materia di doppia imposizione, in modo che si crei un quadro giuridico chiaro e stabile in materia di scambio di informazioni. Una situazione congiunturale favorevole sarebbe inoltre la ben venuta.

Ma ciò che ci vuole è una riflessione seria sul futuro. Molte cose sono emerse in questi ultimi due anni. Da un lato la solitudine della Svizzera sul piano internazionale e l’impossibilità per essa di difendere le peculiarità che scaturiscono dalla sua normativa sul segreto bancario. D’altro lato, è ormai certo che la storia della gestione patrimoniale off shore stia giungendo al capolinea, almeno così come l’abbiamo intesa fino ad oggi. Ciò deve indurre il mondo bancario svizzero a ripensare il modo di operare, a lungo termine però. Occorre in effetti adottare e definire un modello di business suscettibile di reggere ad ogni futuro attacco», conclude Emanuele Stauffer. 
Giorgio Carrion
 

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